Un giorno come oggi : 25 ottobre 1908, a Palermo, nasceva Antonio Canepa, alias Mario Turri, “il professore guerrigliero”.

25 ottobre 2021 – di Mirko Stefio, GenerazioneBastaGià, Movimento per l’Indipendenza della Sicilia

Quando faremo la Repubblica sociale in Sicilia, i feudatari dovranno darci le loro terre, se non vorranno darci le loro teste”. Questo pensiero racchiude perfettamente l’ideale di Antonio Canepa, leader di quell’indipendentismo di stampo socialista, figura rivoluzionaria di alto livello culturale. Canepa era un grande indipendentista rivoluzionario e questo la destra agraria lo sapeva bene.

Nasce da padre Pietro, giurista e professore universitario e da nobildonna Teresa, sorella del deputato Antonio Pecoraro, del Partito Popolare. Studiò presso il Collegio dei Gesuiti prima a Palermo e successivamente ad Acireale.

Il delitto Matteotti (10 giugno 1924) indusse il giovane Canepa, che non aveva ancora compiuto sedici anni, ad esprimere tutto il suo sdegno contro il governo fascista.
Questa ostilità contro il fascismo si materializzò nella preparazione di un attentato a Mussolini: attraverso un passaggio segreto aveva progettato di giungere addirittura nella Sala del Mappamondo, a Palazzo Venezia, ma la chiusura del passaggio fece fallire il piano.

Nel 1930 si laureò in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo con una tesi dal titolo “Unità e pluralità degli ordinamenti giuridici”. Durante i suoi studi universitari, il Nostro entrò in contatto con cellule antifasciste, mostrando così sin da giovane il suo odio contro il fascismo. Tentò inoltre di organizzare un attentato contro Mussolini; la sua intenzione era quella di imbottire di esplosivi i cunicoli sotto Palazzo Venezia (da lui scoperti dopo attenti studi effettuati tramite mappe rinascimentali), tuttavia la sua reazione fu amara quando scoprì che quei cunicoli erano già stati bloccati dal Corpo di polizia personale del Duce.

Nel Giugno del 1932 diventò Sottotenente di fanteria del 6° Reggimento, dopo aver completato la Scuola Allievi Ufficiali. Qui conobbe Luigi Attinelli, anche lui antifascista. I due, insieme e con il sostegno del fratello di Canepa, Luigi, organizzeranno un tentato colpo di Stato a San Marino, anch’essa governata da una giunta fascista. Il tentativo fallì e Antonio venne rinchiuso alla clinica “Bello sguardo” di Roma, in quanto dichiarato “insano di mente”. Probabilmente, l’intervento influente della famiglia materna gli evitò il carcere e lo fece trasferire a “Villa Stagno”, clinica di Palermo, dove terminò “la cura”. L’obiettivo del Nostro fu allora chiaro: fingersi un buon fascista per potere avere maggiore libertà d’azione. Riuscì a farsi dichiarare non idoneo al servizio militare e nel 1937 ottenne la cattedra all’Università di Palermo prima e Catania poi in “Storia delle dottrine politiche” e “Storia dei Trattati e politica internazionale”. A Canepa tuttavia, serviva la piena fiducia da parte del regime e così scrisse “Sistema di dottrine del fascismo”, un’opera che nel 1938 gli valse elogi in tutto il paese. Attenuatasi l’attività di controllo su lui, ebbe modo (si dice) di entrare in contatto con i Servizi Segreti Britannici, tuttavia questo aspetto della vita di Canepa rimane oggi un grande punto interrogativo. Non esiste di fatti un documento o testimonianza che confermi l’attività di spionaggio del Nostro per conto degli inglesi. Confermata invece la creazione, insieme con alcuni suoi studenti, del Gruppo Etna, formazione clandestina che si rese protagonista di azioni di guerriglia, quale quella all’Aeroporto di Gerbini che costò ai tedeschi la perdita di quasi tutti i caccia stanziati nell’isola.

Ma, poi, nel 1937 ottenne la cattedra di Dottrina del Fascismo, con tre volumi dal titolo “Sistema della Dottrina del Fascismo. Una formidabile contraddizione che lo stesso Canepa ammette, ma che invita a sciogliere attraverso una lettura attenta del testo, dal quale si può capire che il fascismo è pericoloso per l’Italia e per gli altri Stati, che il fascismo si può combattere, che ci sono molti scrittori che lo giudicano negativamente.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale entrò in contatto dei servizi segreti britannici, preparò ed attuò con successo, la notte del 10 giugno 1943, l’attentato all’aeroporto di Gerbini, neutralizzando i caccia tedeschi, distruggendo bombe, armi e munizioni.
Come si sa bene, dopo trenta giorni gli angloamericani sbarcarono dalle parti di Gela non incontrando, anche per merito del sabotaggio alla postazione tedesca di Gerbini, un’adeguata resistenza.

A questo punto ecco un altro fatto inspiegabile o, quanto meno, difficile da spiegare: Canepa lasciò la Sicilia e si recò tra l’Abruzzo e la Toscana a fare il partigiano.
La lotta partigiana intrapresa da Canepa fu assolutamente finalizzata alla liberazione dai nazifascisti in particolare dei territori in cui operò tra l’Abruzzo e la Toscana. Avendo conseguito questo risultato e giunto a Firenze nel maggio del 1944, lanciò un’operazione politica di segno divergente rispetto alla linea politica dei CLN e del governo: in nome del Partito Dei Lavoratori, diffuse, il 20 giugno, un appello in cui, per un verso si ringraziavano gli alleati per il decisivo aiuto fornito per la liberazione dai nazifascisti, per un altro si chiedeva agli Alleati di collaborare con i partigiani ed in particolare con la componente comunista, per l’instaurazione di un governo liberato dalla “borghesia – un pugno di capitalisti, di speculatori e di parassiti – (che) ha portato l’Italia alla rovina”.

I contenuti del manifesto non potevano essere condivisi neppure dagli Alleati, sicché Canepa – Tolù perse i riferimenti con il SIS (Secret Intelligence Service), il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) lo arrestò e lo condannò a venti giorni di reclusione con la condizionale e a mille lire di multa.
Decise, quindi, nell’autunno del 1944, di tornare in Sicilia, di morire come Canepa –Tolù e di rinascere come Mario Turri. Molto probabilmente dopo l’eccidio di Palermo, il 19 ottobre 1944, Mario Turri incontrò Andrea Finocchiaro Aprile , riuscendo a convincerlo dell’opportunità di istituire l’EVIS.

Canepa tenne conto, necessariamente, degli intendimenti espressi da Finocchiaro Aprile e da Togliatti: certamente nel primo, il “fatto” istituzionale contava di più di quello sociale e non poteva che essere così (non dimentichiamo che Andrea Finocchiaro Aprile faceva parte di un triunvirato in cui c’era il conte Luigi Tasca, latifondista, e Calogero Vizzini, ex gabelloto e ora latifondista mafioso), mentre per Togliatti, condizionato ancora dalla “svolta di Salerno”, e lui stesso al governo, considerava la soluzione “autonomistica” quella più avanzata, oltre la quale non era lecito, per impedimenti nazionali ed internazionali, pensare di potere andare; in ogni caso, per Togliatti, restava la monumentale questione sociale della riforma agraria ancora da risolvere e i comunisti ne sarebbero stati ancora i grandi protagonisti.
Non si sa bene se Canepa fu più indipendentista o comunista, ma, forse, Tasca, Finocchiaro Aprile e Vizzini lo considerarono più comunista e forse anche per questo fu tolto di mezzo a Murazzu ruttu il 17 giugno 1945, colpito a morte in uno scontro a fuoco con una pattuglia di carabinieri che lo intercettarono a bordo di un furgone guidato da Pippo Amato. Assieme a Canepa quel giorno morirono Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice.

Antonio Canepa non rinnegò mai il suo essere socialista, tuttavia non riuscì mai a farsi coinvolgere pienamente dal Partito, reo secondo il Nostro, di non interessarsi realmente alla causa siciliana. Ritornato nell’isola dopo l’esperienza partigiana, frequentò per un periodo il PCI, costruendo parallelamente l’EVIS. Canepa voleva effettivamente capire quali fossero le posizioni dei comunisti nei confronti dell’indipendentismo, se il loro odio riguardasse più l’ideale o il Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, considerato il partito degli agrari. Inoltre, già da diverso tempo, Canepa stava provando a gettare le basi per la costruzione di un Partito Siciliano, insieme con Giovanni Millemaggi, anch’esso indipendentista comunista. Un documento a firma PCS fu pubblicato nel 1944 ed esortava le masse popolari siciliane a ribellarsi contro lo sfruttamento capitalistico dell’Italia “dominatrice”.

Lo stesso PCS attaccò successivamente il PCI accusandolo di servire la corona e il capitalismo settentrionale ed espresse la propria vicinanza all’Unione Sovietica definendosi “Partito marxista-leninista di ispirazione indipendentista”. Dal canto loro, il Partito Comunista Italiano e gli altri partiti del CLN si dichiararono sempre anti separatisti, promulgando e difendendo l’unità nazionale. Tuttavia, il PCI fu l’unica realtà politica che si sforzò realmente di capire i sentimenti indipendentisti scoppiati nell’isola, soprattutto perché essi, a dispetto di chi li collocava unicamente e ostinatamente nell’area reazionaria/agraria, furono in realtà ben accolti dal popolo e dalla classe lavoratrice, in special modo quella contadina. A tal proposito, è fondamentale riportare le parole del Segretario Generale del PCI, Palmiro Togliatti, indirizzate ai militanti comunisti siciliani: …ricordate, se volete diventare un partito veramente popolare, voi dovete diventare un partito che venga accolto da ogni lavoratore siciliano, da ogni giovane, da ogni donna, da ogni intellettuale, da ogni contadino come qualcosa di proprio, che parli il linguaggio della Sicilia, che sia capace di risolvere i problemi della Sicilia, appoggiandosi alla alleanza delle forze lavoratrici del Nord sul piano nazionale, ma che essenzialmente sia capace di sviluppare un governo delle masse popolari siciliane contro le forze della reazione

Frattanto, il progetto di sviluppo di un Partito Comunista Siciliano, Canepa lo aveva ben in mente già da tempo, in un’ottica futura, a indipendenza ottenuta. Ciò che in quel momento aveva però priorità assoluta, era l’organizzazione dell’Esercito Indipendentista. Le visite alla sede del PCI si fecero intanto sempre più frequenti, fino a quelle famose elezioni universitarie a Catania del 1944: Canepa infatti, venne a sapere che il Movimento Giovanile Comunista coalizzatosi con gli altri gruppi universitari del CLN, prevedendo una netta vittoria dei gruppi indipendentisti, decise di compiere un’azione forte, ovvero, staccare la corrente e rompere l’urna con dentro i voti, impedendo così il regolare svolgimento di conteggio (prendendo spunto da un’azione uguale compiuta da Peppino De Felice nel 1904, in Parlamento, per impedire l’approvazione di leggi liberticide). Una volta staccata la corrente, quindi, i giovani universitari comunisti si recarono nella stanza contenente l’urna, ma non la trovarono; riattaccata la corrente, rimasero di stucco nel vederla tra le braccia di Canepa, nascosto in un angolo.Con quell’azione Canepa uscì definitivamente allo scoperto. Il Partito Comunista Italiano non lo vide più.

Il Nostro, quindi, pensò unicamente alla lotta armata indipendentista. Oltre al recupero di armi e munizioni, Canepa e i suoi compagni, molti dei quali ex appartenenti al Gruppo Etna, cercarono dei posti dove addestrare e preparare i primi nuclei EVIS. Venne scelta la zona di Cesarò, ben conosciuta da Canepa; in poco tempo diversi giovani, universitari e non, molti dei quali provenienti dalla Lega Giovanile Separatista scelsero di entrare nell’Esercito indipendentista. La scelta di Canepa di cercare reclute tra i giovani indipendentisti fu precisa: erano loro i soldati scelti che avrebbero dovuto liberare la Sicilia, i giovani accompagnati da un ideale; rifiutò sempre il coinvolgimento dei banditi presenti in diverse zone dell’isola, dai Niscemesi a Salvatore Giuliano. L’EVIS, per Canepa, doveva essere composto principalmente da nuclei di giovani indipendentisti.

Il 9 Febbraio 1945 Mario Turri emana un regolamento dell’EVIS, nello specifico dei gruppi d’assalto che vengono da lui definiti: Avanguardia dell’Esercito per l’Indipendenza. Sono esclusivamente composti di uomini che non hanno paura. Uomini sceltissimi per fede e audacia, per disciplina e segretezza. Il regolamento prosegue: Prima devono mangiare i soldati e solo dopo gli ufficiali; di tutto ciò che va male la colpa è degli ufficiali. Di tutto ciò che va bene il merito è dei soldati. Non c’è azione, per ripugnante che possa sembrare, che non diventi sublime se fatta per l’idea.

L’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia si impegnò anche nella diffusione e nella propaganda dell’ideale. Già nel Gennaio 1945, ad esempio, su moltissimi muri delle città siciliane comparvero delle “S” ovvero Sicilia, per ricordare la rivoluzione del 1848. Azione rivendicata dall’EVIS.Ma ciò che destò stupore fu la decisione da parte del Nostro di portare alla conoscenza di tutti i campi di addestramento dell’EVIS, creando delle apposite insegne lungo le strade. Una scelta folle sembrerebbe, ma in realtà frutto di una decisione chiara: richiamandosi alla lotta armata di Eamon De Valera, leader dell’indipendentismo irlandese, Canepa optò per un tentativo di riconoscimento internazionale dell’Esercito Indipendentista, secondo le regole stabilite dalla Convenzione dell’Aja del 1907:Le leggi, i diritti e i doveri della guerra non si applicano soltanto all’esercito, ma anche alle milizie ed ai corpi volontari che riuniscano le condizioni seguenti:

-abbiano alla testa una persona responsabile per i suoi subordinati;

– abbiano un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza;

– portino apertamente le armi;

– si conformino alle leggi e agli usi della guerra.

Non solo segnaletiche dunque, ma anche divise e stemmi vennero creati da Canepa, dando così all’EVIS lo stato di esercito paramilitare di liberazione nazionale. Divisa color kaki e trinacria diventarono i tratti distintivi dei guerriglieri indipendentisti. Qualsiasi tentativo di dare all’Esercito Indipendentista una diversa visione rispetto a quella voluta dal Nostro, è frutto di mala fede. Nessuna delle figure del MIS si fece mai coinvolgere appieno dalla lotta armata e lo stesso Canepa lo mantenne indipendente, ben sapendo che la faccia politica dell’indipendentismo siciliano nascondeva figure che poco avevano a che fare con i reali bisogni del popolo di Sicilia. E forse questa scelta la pagò cara. Lui stesso d’altronde, confidandosi con l’amico D’Onofrio, dirigente comunista, disse: I baroni, i feudatari siciliani che pur stavano dietro al movimento indipendentista, ne sarebbero stati travolti sul piano sociale e politico. Ecco perché ritengo opportuna, anzi fondamentale la mia presenza da comunista nel movimento indipendentista.

Nessuno ha mai saputo come si svolsero i fatti, chi dette inizio alla sparatoria, chi avvisò i carabinieri di Randazzo del passaggio del furgone, perché i corpi furono sepolti in tombe senza nome. La storia della Sicilia è soprattutto storia di persone difficili da capire, di fatti difficili da capire e da spiegare perché volutamente censurati e tacitamente dimenticati.

Per non dimenticare chi merita onore e glorie!
E che i morti vivi seppelliscano i vivi morti!
#AntonioCanepaVive

#GenerazioneBastaGià

MIRKO STEFIO

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